Filippine: per il poco che posso…Andiamo!
Don Domenico Saginario, 80
anni, di Pietralcina, 3° di cinque figli – tre dei quali
Servi della Carità ed una religiosa guanelliana - Superiore
della Provincia romana per due mandati, per 6 anni
Segretario generale, rettore del Teologico, grande studioso
ed esperto del fondatore, animatore e promotore indefesso
delle aperture missionarie dei guanelliani in Asia e
nell’Europa dell’est. Da due anni è nelle Filippine per
regalare ai più poveri la stagione matura della sua
vocazione….con un sogno nel cassetto: arrivare in Cina.

Filippine: Centerville – Pinkian Road,
casette povere, costituite spesso da capanne arrampicate
sui bordi dei ruscelli. Il terreno dove sorgono le opere
guanelliane forma una specie di triangolo isoscele, con la
base situata in alto, in collina, mentre ai due lati
discendono due rivoli che fanno da confine. Il villaggio si
estende tutt’intorno per oltre un km. Quando piove è un
disastro: non ci sono strade, le capanne sono fissate senza
un ordine e per visitare una famiglia è necessario fare
slalom tra minuscoli sentieri. Poi il fango, che fa da
padrone ovunque. Nel periodo delle piogge, gli uragani e i
tifoni sono così frequenti da trasformarsi in alluvioni.
L’anno scorso a settembre il livello dell’acqua è salito di
oltre cinque metri. Morirono più di 500 persone a Manila.
Ho ancora negli occhi le scene di salvataggio a cui si
dedicarono i nostri confratelli e i nostri giovani. Nel
nostro villaggio, grazie a Dio, tutti salvi, rifugiati
sulla collina o sulle alture dei dintorni.
La vita si svolge in povertà, ma in allegria. Al mattino
sbucano dai sentieri un centinaio di bambini, accompagnati
dalle mamme o dalle nonne. I papà e i giovani – spesso
anche i nonni - partono prestissimo per il lavoro. Al
centro del nostro villaggio sorge la struttura più
compatta, in forma ottagonale, piuttosto solida, costruita
in cemento per resistere alle potenze degli uragani. In
alto termina a cupola piramidale. In basso tutt’intorno
sorgono le aule scolastiche, la cucina, la direzione, le
salette delle terapie. Alla domenica il salone si trasforma
in chiesa per la celebrazione della santa messa.
Accanto, sulla sinistra, un grande capannone ospita le
attività sportive o i raduni più affollati. Sulla destra,
invece, c’è un giardino con tanti giochi per i più piccoli.
In genere, quando i bambini arrivano, corrono tutti verso
il capannone, dove percepiscono il senso degli spazi
liberi, si rincorrono e gridano. Ad accoglierli le maestre,
gli istruttori, il personale di animazione e di servizio.
Uno dei nostri sacerdoti fa da punto di riferimento
centrale. Dopo le prime scorribande, i bambini cominciano a
trovare ognuno il proprio gruppo... I disabili meritano
attenzioni speciali, ma adagio adagio, ognuno si avvia
dietro la propria guida e cominciano le attività. Dopo un
paio d’ore c’è la “merenda”, sacrosanta e piuttosto
abbondante.
Quanto a me… faccio il «nonno» quando mi trovo tra i
piccoli. Poi ho il mio gruppo di catechesi da seguire, vado
a trovare gli ammalati, ascolto.
La mia occupazione principale è di natura formativa: come
«padre maestro» nella comunità del seminario preparo
conferenze, liturgie, incontri con i giovani, dialoghi
interpersonali, preghiera e riflessione a piccoli gruppi
sul Vangelo. Spesso vado a «giocare» con i nostri “buoni
figli”: ne abbiamo una dozzina che vivono con noi, in un
reparto accanto al seminario. Alla sera preghiamo insieme
il rosario.
Una cosa mi piace molto: tutti i venerdì del mese di
ottobre in gruppetti di tre, verso sera, quando ormai sono
finiti i lavori della giornata, ci disperdiamo tra le
famiglie del villaggio per pregare insieme il santo
rosario. Sono occasioni molto intense di amicizia e di
fede. Talvolta è da queste visite che ricaviamo l’immagine
vera di quale sia la vita reale di questa o di quella
famiglia, anche per aiutare o consigliare in modo proprio.
E poi c’è il ministero pastorale. Sono sacerdote, dai
capelli bianchi, europeo, natio nel medesimo paesello di
Padre Pio. Sono tutti titoli di simpatia. Mi vengono a
trovare per le confessioni. Intorno a noi vi sono comunità
di suore anch’esse impegnate nella missione. Ci aiutiamo
reciprocamente. Ed è magnifica risorsa di gioia questa
bella fraternità che si traduce poi in servizi più
capillari verso la nostra gente. Talvolta le famiglie
vengono a prendermi semplicemente per pregare insieme e
benedire.
Sto vivendo forse la stagione più gioiosa della mia
esistenza sacerdotale. Sono contento. Ringrazio Dio di
questo dono di poter trascorrere una porzione dei miei anni
in missione, come sacerdote e amico, tra gli «squaters»,
gente umile, povera, abbandonata.
Più volte Giovanni Paolo II a riguardo dell’Asia pronunciò
un desiderio vibrante di zelo apostolico: come nel primo
millennio la Croce fu piantata sul suolo europeo, nel
secondo millennio su quello americano e africano, nel terzo
millennio si potrà sperare di raccogliere
una grande
messe di fede in questo continente così vasto
e vivo». Occorre proclamare, annunciare, far conoscere il
Vangelo a questi popoli che per ragioni geografiche e
storiche sono rimasti quasi estranei all’evento che per
definizione è chiamato «Buona Novella». Il 60% di umanità
vive qui in Asia. Sento questo invito come una profezia,
che apre orizzonti sconfinati, belli di Vangelo e di
missione. E ho risposto, per il poco che posso fare:
«Andiamo!».
D. Domenico Saginario