Rientrato in famiglia

Serge, 14 anni, una storia simile alle vicende di tanti altri ragazzi della sua età: provocatore, portato ai giochi di mano. Spesso ripreso dagli educatori che lo seguono. Studente nella norma salvo il “neo” della matematica.
Ma Serge non è un ragazzo come gli altri. Dopo la morte di una zia, è indicato come “
sorcier”, un “piccolo stregone”.
Minacciato di morte dallo zio ha scelto di andare a vivere sulla strada, abbandonando la sua famiglia.
 
Il fenomeno è molto diffuso a Kinshasa. Varie le cause: povertà, debolezza istituzionale dei poteri pubblici e degli strumenti di protezione dell’infanzia, economia di guerra che qui in Congo dura da anni e ha favorito l’emarginazione delle categorie sociali più povere, con il conseguente sfacelo dell’ambiente familiare.
 
Se accade una disgrazia in famiglia, ad esempio la morte improvvisa di un giovane, fatto inspiegabile e insopportabile per un africano, si individua come capro espiatorio un bambino, che, accusato di stregoneria, è costretto ad abbandonare la casa.
Generalmente nella tradizione rurale congolese il bambino è rispettato, e in condizioni normali non sarebbe mai abbandonato a se stesso. Lo “stravolgimento” del comportamento è in realtà un modo per liberarsi di una bocca da sfamare ed è frutto di una
dinamica originata dall’impatto con la realtà urbana e dall’estrema povertà.
Una volta individuata la vittima, formulata l’accusa di stregoneria, una sorta di isteria collettiva sembra impadronirsi dei membri della famiglia o del villaggio: attraverso la punizione inflitta all’accusato, la comunità di cui il bambino fa parte crede di liberarsi dal malocchio e di allontanare future sciagure.
 
In questa terra si riesce, più o meno, a mangiare qualcosa una volta al giorno, ma
la miseria non viene definita solo in base a quello che metti nello stomaco. C’è miseria quando i figli sono espulsi dalla scuola perché non sono state pagate le tasse scolastiche, quando non si può essere operati o richiedere una visita medica perché non ci sono i soldi, quando dieci persone vivono in trenta metri quadrati, quando la maggior parte dei giovani è disoccupata.
 
Serge è stato
accolto nel settembre 2005 presso il centro don Guanella - Maman Africa a Kingabwa, quartiere della capitale.
Per essere individuati come stregoni alla volte è sufficiente essere un po’ più vivaci degli altri bambini, emettere strani suoni, fare smorfie. Oppure essere un po’ più ribelli e indisciplinati, come spesso capita a chi ha perso i genitori durante una guerra.

All’improvviso ti trovi puntati addosso gli indici di tutti e vieni accusato di attirare la malasorte, isolato, seviziato e cacciato di casa. Così la stregoneria in Congo miete vittime tra i più deboli.
 
Dal dossier di Serge emerge un’immagine di un ragazzo socievole, con buone capacità e voglia di riscatto; prende coscienza che “i giochi di mani” e le “provocazioni” non devono essere parte della sua persona, più volte viene richiamato dagli educatori a riflettere su questi suoi atteggiamenti.
Inevitabilmente Serge, nel momento in cui è stato accolto al centro, ha portato con sé le dinamiche comportamentali tipiche del ragazzo che vive quotidianamente sulla strada.
 
Riguardo poi ai risultati scolastici, unico neo è la “matematica”, questa materia proprio non la digeriva, c’erano difficoltà nei calcoli, nella comprensione dei concetti, ma Serge compie ogni sforzo pur di ottenere dei buoni risultati.
 
La ricostruzione dei fatti, della storia, l’esatta provenienza del bambino “stregone” sono di estrema importanza per impostare il percorso di recupero, che ha lo scopo di aiutare i ragazzi a superare e razionalizzare il trauma e, nei casi più fortunati, arriva anche a ottenere il reinserimento nella famiglia di origine, che viene contattata e invitata ad abbandonare le credenze e le superstizioni che hanno portato all’allontanamento del bambino.
 
Nel caso di Serge,
fu la nonna ad accettare per prima un dialogo con i responsabili del centro e a lei si propose di accogliere il nipote durante i fine settimana. Un passo importante per poter riallacciare i rapporti con mamma e papà.
 
Ho potuto conoscere
Serge pochi giorni dopo il mio arrivo a Kinshasa, un ragazzo sereno, con un sorriso “strappacuori”, si avvicinava timidamente.
Dopo qualche settimana mi disse che
forse il padre l’avrebbe presto riaccolto in famiglia, si poteva leggere sul volto la contentezza, attendeva con ansia la telefonata.
 
Infine
la telefonata arrivò, l’educatore portò la bella notizia a Serge ... giovedì si parte, lo aspetta un bel pezzo di strada, quasi una giornata di viaggio, ma non importa, si torna a casa!
 
La sera prima della partenza grande festa, tutti presenti per il saluto ufficiale dei ragazzi, educatori, religiosi e volontari del centro; come tradizione vuole Serge indossa una maglietta bianca e a turno ciascuno dei presenti con un pennarello colorato mette il proprio nome sulla maglietta.
 
Un po’ di commozione serpeggia tra i ragazzi e anche tra i più grandi!

Adesso sul dossier di Serge è scritto:
“Réinséré en famille”.


Fr. Mauro Cecchinato, direttore delle attività guanelliane a Kinshasa